José Miguel Ferreira

José Miguel Ferreira - La rotta del vino di Porto
10 aprile - 15 maggio 2010

La Galleria Sant’Angelo ospita la prima esposizione dedicata in Italia all’artista portoghese José Miguel Ferreira. La mostra è composta da 40 immagini fotografiche stampate con il procedimento al platino / palladio. Le immagini sono state realizzate nella regione del Douro, zona di coltivazione dell’uva e di produzione del Vino di Porto.

A partire dal 2002, José Miguel Ferreira ha realizzato numerosi lavori in cui vengono affrontati da un nuovo punto di vista i paesaggi naturali ed urbani di diversi Paesi europei (Svizzera, Francia, Portogallo) privati quasi completamente della presenza umana. Le sue opere sono un invito a scoprire lo straordinario là dove siamo abituati solo a vedere l’ordinario. Per fare ciò, egli si concentra sulle creazioni dell’uomo, i suoi movimenti e i piccoli dettagli che lo circondano. Questi elementi del reale, catturati dal suo obiettivo, svelano la loro poesia semplice e colpiscono per la loro qualità e per la padronanza del procedimento fotografico della platinotipia. Grazie a questa antica tecnica, le sue fotografie acquisiscono una dimensione atemporale. Esse divengono le immagini venute da qui e da altrove, le testimonianze del passato e del presente.
José Miguel Ferreira, nato nel 1972, ha realizzato numerosi portfolio, esposizioni e pubblicazioni; ha anche partecipato a incontri pubblici, programmi radiofonici e dimostrazioni tecniche in occasione di manifestazioni fotografiche. Egli è uno dei fondatori e presidente dell’associazione “muse9 – art et science”, organizzazione che sostiene alcuni artisti e sensibilizza il pubblico in merito ai problemi ambientali. I suoi lavori sono presenti in collezioni private ed istituzionali quali la Getty Foundation, il Southeast Museum of Photography e il Porto Wine Museum.  Vive e lavora a Ginevra (Svizzera).

Per vedere le 40 fotografie esposte cliccare qui.

Esposizioni personali:
2009 – Museu Municipal de Coimbra, Coimbra (Portogallo);  Galerie Mimesis, Genève (Svizzera);  Musée du Vin de Porto, Porto (Portogallo);  2005 – Bureau International du Travail, Genève (Svizzera).

Esposizioni collettive:
2009 – Musée Malraux, Le Havre (Francia);  Southeast Museum of Photography, Floride (USA);  Galerie PHOTO4, Paris (Francia);  La Galerie Parisienne, Paris (Francia);  2007 - 5ème Rencontre Photographique du Genevois, St-Julien (Francia);  2007 – Bac à Trois – Prochain Arrêt, Neuchâtel (Svizzera);  2006 – 4ème Rencontre Photographiques du Genevois, St-Julien (Francia); Simon Studer Art, Genéve (Svizzera).

Il procedimento al platino / palladio

E’ un procedimento fotografico alternativo, utilizzato da artisti / fotografi come Alfred Stieglitz e Edward Weston durante i primi anni del XX secolo. Più recentemente, Robert Mapplethorpe e Irving Penn – tra gli altri – hanno lavorato anche con questo procedimento.
Quando si utilizza questa tecnica, la libertà e il controllo di questo mezzo danno al fotografo infinite possibilità di lavorare sull’immagine. Inoltre, questa tecnica offre l’opportunità di associare il potere e la precisione delle tecnologie moderne al fascino ed alla passione tipici dei più antichi procedimenti fotografici.
Considerata come l’apice della fotografia alternativa, la platinotipia è un procedimento di stampa fotografica brevettato da William Willis nel 1873, dopo innumerevoli sperimentazioni ad opera di diversi fotografi e scienziati a partire dal 1830.
Durante la prima guerra mondiale, l’aumento del prezzo del platino, allora utilizzato come catalizzatore degli esplosivi, incoraggia la maggior parte dei fotografi ad utilizzare altri procedimenti fotografici, fino a far scomparire completamente dal mercato le carte al platino.
Riscoperto negli anni 1960 – 70, questo procedimento storico è apprezzato per la sua gamma estesa di tonalità e l’unicità che offre ad ogni immagine.
La particolarità di questa tecnica è da ricercare nella penetrazione dei finissimi sali di platino / palladio nelle fibre della carta che permette all’immagine di conservarsi tanto a lungo quanto il suo supporto. Il procedimento al platino / palladio è un metodo di stampa per contatto estremamente lento, che necessita di una forte luce UV e di negativi della stessa dimensione dell’immagine desiderata.
La carta è sensibilizzata per mezzo di un pennello con una miscela di sali ferrosi e di cloroplatinite per essere in seguito posta a contatto diretto con il negativo. Trattata, dopo il suo sviluppo, in una soluzione di ossalato di potassio, di citrato d’ammonio o altri rivelatori adatti alla platinotipia, l’immagine è composta di platino (e/o palladio), che gli dona una tonalità che può variare da un freddo nero metallico a un bruno rosso, secondo la miscela di metalli nobili utilizzati.
Attualmente, le stampe al platino / palladio sono sempre più ricercate da gallerie, curatori di musei e collezionisti d’arte che le apprezzano per la loro stabilità e la loro bellezza senza eguali.


con il patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo a Roma
e della Città di Biella



Kurt Mair

Kurt Mair - l’opera incisa
27 febbraio - 3 aprile 2010

Kurt Mair è un pittore e incisore tedesco che ha eletto il Piemonte a sua patria d’adozione. La mostra che la Galleria Sant’Angelo gli dedica è composta da 34 incisioni realizzate con tecniche che spaziano, con un sapiente uso del colore, dall’acquaforte alla puntasecca, dalla cera molle all’acquatinta. Tutte le opere sono state realizzate negli ultimi anni ed hanno come soggetto la figura umana, rappresentata in composizioni di gusto quasi rinascimentale, e la natura morta che a volte si fonde con delicati paesaggi di sapore nordico.

Kurt Mair
Un pittore che ama la luce
La cultura cosmopolita di Kurt Mair è un soccorso che confessa il desiderio di confronto fra linguaggio e realtà, per una visione ed un’immagine unitarie del mondo. Il mito ed il dramma sono le maschere mediatiche che l’artista adotta per superare il bisogno di stabilità, l’ansia dello smarrimento, la vessazione della banalità del quotidiano in una situazione di crisi della storia che frammenta la circolarità stabile del tempo in una miriade di squilibri perturbanti.
Nelle sue opere le figure, costruite secondo una sapiente, inusata convenzione figurativa, sono protagoniste centrali di tensioni e torsioni che, frantumando il senso unitario della pittura classica e tradizionale, stimolano la certezza del mito attraverso il confronto con la dialettica, della nostalgia delle radici e delle incertezze ideologiche. Segno e impressione, gestualità e meditazione, pittoricità e chiaroscuro, disegno e colore si intrecciano con ardita libertà e disinibizione, e si dispongono secondo un fantasioso, eppur paradossalmente regolato, disordine, di arte colta e popolare, in un sottile erotismo che poggia sullo spostamento continuo di riferimenti.
Sulla superficie della sua pittura Kurt fa convergere figurazione e decorazione, giocando fra ardite opulenze baroccheggianti e misurata classicità rinascimentale, preziose decorazioni secessioniste e misticismo orientale, intimistiche fabulazioni fiamminghe ed eroiche icone pompeiane.
Kurt Mair è un pittore che ama la luce – del sole e della lucerna – e che si esprime attraverso il colore anche nel foglio inciso. Rossi e gialli soprattutto, che fonda sui bistri, che illumina con i riflessi del bianco della carta, e che disegna con blu e carbone. Come con le tinte ad olio, quando scava nella pasta per determinare i lumi, ed offusca le ombre con la polvere del fusain. Le sue acqueforti, realizzate con inconfondibile maestria e padronanza di mestiere, possono essere una bella novità anche per chi l’incisione la pratica d’abitudine, per la grande libertà di interpretazione dei segni che con questa tecnica si possono ottenere. Mair innanzitutto non fa di questo nobile ed antico mestiere un’icona, un dogma cui servire e da seguire (col paraocchi come un tempo gli asini) ciecamente, pessimo vizio che ha contagiato gran parte degli incisori italiani che seguono quei cattivi maestri che continuano fuori del tempo e della logica a ripetere che l’incisione deve essere “piccola e rigorosamente in bianco e nero”, e trascorrono il loro tempo, sprecandolo, a becchettare con piccoli segni le loro lastre per produrre stampacce scipite senza esito artistico alcuno.

L’incisione (così come la pittura, la scultura, il racconto, la poesia, la musica e lo strumento per suonarla, qualsiasi mezzo attraverso cui l’uomo comunica il suo pensiero cioè) non è altro che un linguaggio. Uno dei tanti. Certo è importante, Kurt lo sa, lavorare la lastra con i segni più adatti e coerenti, eseguire le morsure per i tempi dovuti senza bruciarla malamente, ma se non si ha un’idea, un “significato” da esprimere, dalla matrice passata sotto il torchio resterà impressa soltanto una scialba fotografia.
La sua incisione nasce dalla linea. Con buona mano (è un disegnatore d’istinto, costruisce la figura partendo da un punto qualsiasi e procede per volumi, implementando la linea con ombreggiature a tratteggi obliqui) dispone sulla lastra preparata a vernice (approfitta dell’impalpabile sfrigolio, che la punta d’acciaio non troppo aguzza fa avanzando nel sottilissimo strato isolante, per rendere il proprio segno vellutato e morbido, quale quello reso dall’effetto della carta cui resta attaccato l’impasto di sego, che svela il lucore del metallo quando la si solleva nella tecnica della cera molle) i suoi soggetti per una prima morsura che serve da menabò sia per gli interventi colorati, in genere altre due lastre lavorate all’acquatinta, sia per una successiva definizione dei particolari e magari dello sfumato nelle parti in ombra. Con processo inverso, per la stampa, parte dalla tinta più chiara, in genere il giallo, proseguendo a registro, facendo compenetrare i segni e creando una moltitudine di toni, fino a che nell’ultimo passaggio la matrice, con su inciso ora in modo perfetto il disegno, non definisca il tutto.
Nascono così le sue nature morte, vasi, tazze, frutti e fiori, e le sue figure, immagini muliebri in genere, che dispone ora da sole ora in dialogo ed infine in convegni amorosi e carnali, con espliciti riferimenti ai grandi maestri da cui attinge forza ed enigmi: dal Giovane Holbein a Caravaggio, e Goya e l’adorato Rubens, navigando tra le piacevolezze della carne, senza tuttavia tralasciare momentanei effetti di angoscia e scoramento nelle citazioni, di stile e soggetto, delle linee incerte e flessuose, titubanti ed ossute, di Schiele, in una visione che parallelamente rivela un’analoga sinuosa circolarità di pensiero nell’eterno ritorno dell’estasi e del dramma, dell’angoscia e della passione, della vita e della morte.
Gianfranco Schialvino 
(Kurt Mair – Opera Incisa – Volume II – Studio Petrecca editore)

Kurt Mair è nato a Mengen (Baden-Württemberg, Germania) nel 1954. Vive e lavora in Piemonte, ad Avigliana. Ha studiato educazione artistica presso la Scuola Superiore di Pedagogia di Lörrach in Germania e storia dell’arte, archeologia e giapanologia presso l’Università Albert Ludwig di Freiburg in Germania. Ha conseguito il diploma in Incisione e Litografia presso la “Ecole des Arts Décoratives” di Strasburgo in Francia.
Dal 1990 ad oggi ha esposto i suoi lavori in Italia e in molti altri paesi (Francia, Germania, Costa Rica, Lussemburgo, Indonesia, Belgio, Danimarca, Svezia, Svizzera).