Pericoli, Tullio
Tullio Pericoli è nato nel 1936 a Colli del Tronto (AP).

Dal 1961 vive a Milano dove si è affermato come pittore e disegnatore. Ha esposto in numerose gallerie e musei italiani ed esteri e pubblicato i suoi disegni sui più importanti quotidiani e periodici internazionali.
Alcune delle opere acquistabili in galleria:

Samuel Beckett - 2002 - acquaforte / acquatinta a colori - mm 240 x 145 - euro 300,00

Franz Kafka - 2002 - acquaforte / acquatinta - mm 220 x 145 - euro 250,00

Virginia Wolf - 2002 - acquaforte / acquatinta a colori - mm 220 x 145 - euro 250,00

Paesaggio - 2000 - acquaforte / acquatinta a colori - mm 345 x 450 - euro 600,00

Paesaggio (015) - 2002 - acquaforte / acquatinta a colori - mm 245 x 150 - euro 300,00

Paesaggio (016) - 2002 - acquaforte / acquatinta a colori - mm 245 x 150 - euro 300,00

Senza titolo - 2007 - acquaforte / acquatinta - mm 160 x 200 - euro 200,00

Variabile - 2006 - acquaforte / acquatinta - mm 170 x 225 - euro 200,00

Vaso e frutti - 2002 - acquaforte / acquatinta a colori - mm 135 x 200 - euro 250,00
Inventare l’ infinito, l’ idea di Pericoli
Cercando l’ anima delle cose: dal colle di Leopardi alle prospettive nella natura
Il colle vicino a Recanati, sul quale Leopardi «sedeva e mirava» l’ infinito, non è l’ Everest; la sua altitudine modesta non permette di guardare da altezze vertiginose. Ma la prospettiva che offre al poeta è totale, coglie interminati spazi e sovrumani silenzi e profondissima quiete e «per poco il cor non si spaura», non meno di quanto accadrebbe se il poeta fosse seduto su un’ alta montagna. Tullio Pericoli intitola leopardianamente Sedendo e mirando la mostra - e lo stupendo catalogo - di paesaggi aperta ad Ascoli Piceno, «mirabili tele», come le ha definite in un articolo come sempre essenziale e definitivo Cesare Segre sul «Corriere della Sera». Sedendo e mirando, Pericoli - straordinario poeta del volto dell’ uomo e della natura - coglie, nell’ orizzonte natìo, il mondo, il tutto, la lunga durata di evi remoti stratificati nel paesaggio e l’ istantanea epifania di una luce che lo illumina, la fugacità di sentimenti o anche solo di un trascolorare su una collina come il lento divenire geologico di una storia più antica e più lunga dell’ uomo. Tullio Pericoli è un eccezionale autore di ritratti: volti indimenticabili colti per sempre - con la matita, l’ acquerello, l’ inchiostro su carta o il carboncino - con quella lieve, misurata esasperazione che estrae l’ essenziale di una personalità, di un destino, di un’ anima. Non si può più pensare a Pound, Kafka, Pasolini o Beckett, dopo averne visto il ritratto fatto da Tullio Pericoli, senza vederli come li ha raffigurati - e, prima ancora, come li ha visti - lui. Sono quei volti che ci accompagnano ormai per sempre; lui ha la grazia di unire indissolubilmente libertà anche bizzarra e mordace e sacralità, rispetto per quel destino che la sua mano strappa allo scorrere del tempo. I suoi Ritratti (Adelphi) sono un vero epos, vario e fraterno; si è grati di far parte di questa galleria, di questa «nave dei folli» che è anche tenera e accogliente, indulgente verso tutte le debolezze e le fragilità incise sul volto di ognuno, anche dei geni. Sedendo e mirando ci presenta tuttavia volti, sempre umanissimi, non di persone bensì di paesaggi: sconvolgenti città in fiamme, faglie geologiche, voli di uccelli, orizzonti vuoti e biancori nordici, colline viste da ogni prospettiva e soprattutto dall’ alto, paesaggi marchigiani e monti Sibillini, terre che occupano tutta la tela senza lasciar spazio al cielo, colori caldi e lontananze fredde, venti e strade. Paesaggi nel senso forte del termine, colti con maestria inesorabile e fraterna. Il luogo natio, scevro di ogni sentimentalismo locale, diviene simbolo e concentrato dell’ universo, paesaggio di tutti.
«Il tempo, grande incisore - gli dico incontrandolo a Milano - segna il paesaggio come le cicatrici e le rughe segnano un viso. C’ è differenza, per te, tra l’ animo con cui dipingi un volto e l’ animo con cui dipingi un paesaggio? Quali diversità e affinità ci sono fra le due “ritrattistiche”, se così si possono chiamare?»
Pericoli - «Volto e paesaggio debbono la loro forma al loro passato e alla loro storia; ambedue ci attraggono per quello che esprimono e soprattutto per quello che ci fanno intuire sotto la prima pelle. Il paesaggio è il nostro contenitore e ne sentiamo la forma come l’ acqua in una bottiglia. Quando ci troviamo di fronte un paesaggio che ci colpisce per la sua grandiosità e bellezza, il piacere che ne proviamo deriva anche da un desiderio e da un sentimento di appartenere a quel paesaggio; vogliamo essere parte, sentirci uniti a ciò che vediamo, integrarci in una totalità armoniosa. Dipingere un paesaggio non è come dipingere un oggetto qualsiasi; tra pittore e paesaggio non c’ è soluzione di continuità, quel paesaggio, pur lontano, è anche sotto i miei piedi. La pittura di un paesaggio tende a cancellare i confini tra uomo e natura. Mescolare la materia e i colori per ottenere qualcosa di simile alla natura, crea un contatto, una quasi miracolosa vicinanza».
Magris - «Volto e paesaggio hanno una profondità temporale; mostrano non solo il loro presente, ma anche la loro storia, la loro età, poco importa se calcolata in ore (luce del mattino, ombre della sera), in anni o in secoli. Pensi anche al futuro latente, in gestazione, in quei volti e in quei paesaggi, nel senso in cui Javier Marías, intitola un suo magnifico romanzo, Il tuo volto domani (Einaudi), chiedendosi quale inattesa rivelazione potrà darci domani il volto di una persona o un paesaggio che credevamo familiare?
Pericoli - «Non ho letto quel romanzo di Marías, ma il titolo da solo è molto invogliante. Il ritratto è rivolto anche al futuro, perché contiene una rivelazione e un invito. Una rivelazione, perché è come se dicesse: ecco come sei, prendi coscienza di come sei davvero. In fondo è un invito a prenderne coscienza da quel momento in avanti: dopo il ritratto sarai diverso. È l’ occhio dell’ altro, del pittore, che ti rivela. Dal momento che c’ è stata questa rivelazione, anche la lettura del passato può cambiare».
Magris - «C’ è differenza, per te, fra ritrarre i vivi e ritrarre i morti, persone che sono davanti a te in quel momento e persone che non hai mai visto, che sono magari scomparse prima che tu sapessi di loro?».
Pericoli - «Bisogna considerare a chi è destinato il ritratto: alla persona ritratta, ai lettori di un giornale, ai lettori di un autore, se si tratta di uno scrittore. Si crea un triangolo: a un vertice c’ è il pittore, a un altro il soggetto, a un terzo coloro che guarderanno il ritratto. Se il soggetto è vivente, si colloca anche al terzo vertice; se poi lo conosco o gli sono amico, non posso non chiedermi cosa ne penserà, come lo giudicherà, se gli piacerà o meno, e tutto questo può finire per cambiare il ritratto stesso».
Magris - «Alcuni tuoi ritratti sono anche caricature, ma la caricatura, scrive Canetti, “esaspera con precisione”, ossia mette in evidenza elementi reali, essenziali e magari nascosti nella fisionomia consueta. Cosa avverti, senti, cerchi, nella caricatura?».
Pericoli - «La caricatura è un giudizio arbitrario espresso dall’ autore nei confronti del caricaturato. L’ autore è poco presente come tale, mentre nel ritratto è più coinvolto e ritrae se stesso quasi quanto la persona ritratta, rivelando se stesso e la propria lingua. In passato ho fatto caricature, ma poi di questa parola mi è rimasta solo la prima parte. I miei ritratti sono diventati via via soltanto caricati. Cercano di mettere in evidenza una parte, un segno, un dettaglio che carichi di senso quel volto».
Claudio Magris - Pagina 37 - (6 giugno 2009) - Corriere della Sera