Galli, Federica
Federica Galli (Soresina 1932 - Milano 2009) ha compiuto i suoi studi al Liceo Artistico e all’Accademia di Brera a Milano. La sua prima lastra è del 1954 e del 1957 è l’incisione del primo grande albero. A partire dalla prima mostra di Milano nel 1958 ha esposto in più di 300 personali in Italia e all’estero.

Fra le più significative: Galérie Loeb – Parigi, 1982; Palazzo Diamanti – Ferrara, 1983; Fondazione Cini – Venezia, 1987; Palazzo Te – Mantova, 1988; Accademia di Firenze, 1988; Castello Sforzesco – Milano, 1990; Istituto Italiano di Cultura – Londra, 1990; Archivi Imperiali della Città Proibita – Pechino, 1995; Fondazione Culturale del Municipio di Atene, 1996. Sul suo lavoro sono stati pubblicati numerosi libri. In oltre 50 anni di attività, l’artista ha inciso più di 750 lastre.
Alcune delle opere acquistabili in galleria:

G203 - Lanca gelata (405) - 1981 - acquaforte su zinco - mm 595 x 587

G204 - Grande lanca (384) - 1980 - acquaforte su zinco - mm 595 x 588

G205 - Parco di Racconigi (652) - 1994 - acquaforte su zinco - mm 589 x 594

G206 - Cascina Bel Sit (509) - 1985 - acquaforte su zinco - mm 347 x 641

G207 - Il platano dei cento bersaglieri (677) - 1996 - acquaforte su zinco - mm 496 x 487

G208 - La roverella della Ca’ del Pepp (668) - 1995 - acquaforte su zinco - mm 490 x 794

G209 - La vite di Prissiarn al Castello del Gatto (669) - 1995 - acquaforte su zinco - mm 490 x 297

G210 - L’olmo di Mergozzo (670) - 1995 - acquaforte su zinco - mm 491 x 297

G212 - Le tegge (434) - 1982 - acquaforte su zinco - mm 212 x 213 - es. 147/150 - ottimo stato. Realizzata per la cartella “Storia, arte e costume nell’industria tessile”. Racchiusa nella sua cartellina originale con testo di Mauro Vercellotti.

G216 - Due strade (447) - 1982 - acquaforte su zinco - mm 592 x 587

G217 - Pian delle Betulle (676) - 1996 - acquaforte su zinco - mm 392 x 795

G218 - Bosco del Cansiglio (667) - 1995 - acquaforte su zinco - mm 494 x 797

G219 - Il bastone di San Francesco (683) - 1997 - acquaforte su zinco - mm 297 x 492

G220 - Il melo nel mattino della grande nevicata (593) - 1991 - acquaforte su zinco - mm 395 x 395

G221 - Due cancelli (506) - 1985 - acquaforte su zinco - mm 489 x 199

G222 - Chiesa di Santa Giulia (482) - 1983 - acquaforte su zinco - mm 347 x 635
N.B. I numeri fra parentesi fanno riferimento al catalogo generale delle opere di Federica Galli edito da Edizioni Bellinzona - Milano nel 2003.
Federica Galli, l’ «inciditrice»
Per lei, Giovanni Testori aveva coniato il termine «inciditrice». E anche se era venuto dopo Borgese, De Micheli, Carrieri, Russoli, Buzzati, Carluccio, Sala, Landau, Saviane, Bo, Castellaneta ed altri, per Federica Galli - morta ieri a Milano, a 77 anni -, Testori aveva scritto una trentina di pezzi, fra articoli di giornale e prefazioni di cataloghi. E si deve proprio a Testori se Federica è stata l’ unica artista vivente ad esporre alla Fondazione Cini di Venezia. E sempre di Testori è la mostra in cui la Galli era assieme a Giorgio Morandi e Luigi Bartolini. Federica era nata a Soresina, in provincia di Cremona, nel 1932. Dopo Brera e i primi, rari dipinti, s’ era dedicata totalmente all’ acquaforte. Soggetti? Cascine, paesaggi, fontanili, rogge e, soprattutto, alberi monumentali. Federica è senz’ altro un astronomo della natura, diceva Giorgio Soavi, che parlava anche di «costellazioni arboree». Passione per gli alberi che l’ avvicinava a Gerard Manley Hophins. Ma se il gesuita inglese dell’ 800 parlava degli alberi in generale, Federica invece i suoi andava a scovarli in Lombardia («Lombarda non solo nell’ oggetto, ma nel sentimento, nella cultura», aveva scritto Leonardo Sciascia), Austria, Baviera (dove studiava Dürer); e per tutta la penisola, accompagnata dal marito Giovanni Raimondi, primo caporedattore del Corriere della Sera. Il più famoso e più antico d’ Italia? Il Castagno dei cento cavalli, in Sicilia, con quattro fusti (il maggiore misurava 22 metri di circonferenza e un’ età che oscillava fra tre-quattromila anni). Nel ‘ 95, la Galli aveva donato 500 incisioni al Comune di Milano. Lo stesso anno, dalla Cini di Venezia, le sue acqueforti erano emigrate nella Cina della Città proibita. Se ne era occupato Vincenzo Sanfo, che ogni qual volta pronunciava il proprio nome tutti si inchinavano. In cinese, Sanfo vuol dire «tre volta Budda».
Sebastiano Grasso - Corriere della Sera (7 febbraio 2009)