Ray Gindroz

Portici, Cortili e Balconi di Biella
disegni e litografie di Ray Gindroz
28 maggio - 29 giugno 2008

L’evento è organizzato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Città di Biella e la Marilyn and Ray Gindroz Foundation di Pittsburgh. L’esposizione è allestita, oltre che alla Galleria Sant’Angelo, anche a Villa Schneider - Piazza La Marmora 6 - Biella.

La mostra propone, nelle due sedi espositive, i disegni che l’architetto statunitense Ray Gindroz ha realizzato negli ultimi due anni durante i suoi soggiorni a Biella. Tema dei disegni sono Portici, Cortili e Balconi della Città di Biella. Parte dei disegni è stata utilizzata per la realizzazione di un piccolo volume avente lo stesso titolo della mostra. Il volume entra a far parte della collana Pages from a Sketchbook, collana che annualmente propone i lavori dell’architetto Gindroz e i cui ultimi titoli sono: Un code pour le Louvre – 2004, Urbino, Palazzo come Città, Città come Palazzo  – 2005, Passages de Paris – 2006, Palm Beach, The American – Mediterranean World of Addison Mizner  – 2007.

Piazzetta San Giacomo - Biella

L’utopia architettonica di Ray Gindroz
Ci sono architetti, antichi e moderni, per i quali il disegno rappresenta la vera concezione, anzi l’unica autentica ed essenziale realizzazione. Non alludo alle sopravvalutate “prove ed escogitazioni”, poniamo, del Sant’Elia che valgono soltanto nella loro superficie scenografica, nel gioco epidermico di parvenze dilatate, quanto a quegli artisti, per fare due esempi congruenti Leon Battista Alberti e Le Corbusier, nei quali l’edificare non è un momento così essenziale del processo creativo, ma è piuttosto un’applicazione, una trasposizione distanziata, un materializzamento che non richiede come necessario e indispensabile l’intervento personale: come avvenne per il Tempio Malatestiano, che l’Alberti mai controllò in fase di costruzione perché forse mai andò a Rimini. Ma ci sono altri architetti, poniamo il Brunelleschi e Wright, per i quali il processo artistico non si esaurisce spesso che con la fine della vera e propria costruzione, e per i quali un disegno, o anche una suite di schizzi, può anche rappresentare un ciclo di documenti, di passaggi a tutt’altro che equivalenti o a perfetto riscontro con l’opera così come è stata condotta o compiuta. C’è il caso anche di Ray Gindroz che, con i suoi numerosi disegni a china, ha fermato graficamente un’immagine architettonica esclusivamente sugli esempi di lavoro del passato, in primis di quelli classici.
Che significa questo? Poiché significa qualcosa, voglio prevenire una possibile, anzi quasi certa obbiezione: quella di chi osservasse che anche esaminando ed analizzando nelle loro “articolazioni viventi” i mille e più disegni di Gindroz che conosco, non potrei addivenire ad un giudizio concretamente compiuto sulla sua ricerca espressiva, senza indugiare sulle architetture che ha preso in considerazione. E qui dirò subito, computando serenamente lo stupore che nei “chierici” della storia dell’arte susciterà una dichiarazione come questa, che questo affrontare un artista, e un architetto poi, dai disegni e soltanto dai disegni, è per me esteticamente come un pari. E chi non sappia del Manzoni, traduca nella forma che il pari ha avuto nel grido un po’ disperato di Palazzeschi: “e lasciatemi divertire!”. Il pari consiste in questo: nell’esperienza di dimostrare che pur da un foglio di disegni sul Palazzo Ducale di Urbino, pur da un bozzetto sulla Piazza Pio II di Pienza che passerebbe inosservato per i più, si può, con una sonda critica adatta, evincere nella sua nitida interiorità l’eracliteo “profilo dell’anima” dell’artista.
Non si deve dubitare che Gindroz perviene a toccare il suo momento magico attraverso il mezzo grafico, l’elaborazione cioè di un ductus lineare che certo è un patrimonio comune di molti artisti, ma che in lui non cade alla diretta sollecitazione illustrativa della “veduta”. Affrontando la superficie bianca del foglio, egli sembra bruciare le scorie di un impressionismo che talvolta deve pur cedere alla necessità di rappresentare, e sfiora la felicità pura di un’invenzione che spazia, indipendente, ad esprimere il suo mondo di luci abbaglianti e di ombre d’argento, disteso in nuances e onde ritmiche ordinate verso l’orizzonte, e nello stesso tempo emergente verso di noi con una presenza che partecipa di una misura metamorfica, puro simbolo di bellezza formale – con le sue Pages from a sketchbook l’artista statunitense – a differenza di Joseph Paxton e di Victor Horta e, più lontano, di Etienne-Louis Boullée – non imbocca il guado del pensiero visionario; la sua “utopia architettonica” affonda le radici nella speranza di un cambiamento che può essere propria dell’attitudine progettuale, ovvero delle provocazioni di proposte laceranti e solide per un imago urbis, che salda una ragnatela suggestiva di esemplarità evocative, steso tra il liberty e il neoclassicismo di Parigi e il sigillo rinascimentale di Urbino e Pienza.
Il segreto della linea di Gindroz, morbida come un filo di seta (Les jardins du Palaie Royal) e immediata e incorreggibile come il disegno Zen (Passage du Grand Carf), sta nella sua duplice origine romantica e classica: la dialettica che si forma da questo nascimento classico, che è individuo dal suo stesso proporsi, la intersecazione spaziale romantica, si pone alla radice stessa della fenomenologia dell’immagine. In altri termini, il disegno non è la traduzione di un’immagine, ma l’immagine nasce proprio all’intersezione di queste due spazialità divergenti: isotopa quella classica, discontinua quella romantica. La linea si trova sollecitata in direzioni del tutto opposte, e da queste sollecitazioni contrarie germoglia dunque l’immagine. Ma spunta come spezzandosi: mentre Ben Nicholson spinge l’assorbimento della linea fino quasi all’identità di forme geometriche elementari, sebbene la linea appaia come una traduzione degli oggetti naturali, in Gindroz l’immagine risulta come effetto secondario che gli andirivieni del ductus segnico provocano piuttosto che lasciar sopravvivere. Si capisce allora – in tavole quali Urbino vista da Porta Valbona e Cortile del Palazzo Piccolomeni di Pienza – l’importanza che assume la cifra grafica, come la traccia lasciata da un sismografo, e divenendo la risoluzione formale di un contrasto spaziale, fa sì l’immagine che nasce abbia sue leggi proprie, o vuoi una sua fenomenologia, nella quale potrà entrare solo come a singulti e a lacerti l’oggetto del primo velato costituirsi. Floriano De Santi 

Via Italia - Biella

Raymond L. Gindroz ha conseguito la Laurea e il Dottorato in Architettura con lode presso la Carnegie Mellon University e il Diploma del Centro per gli Studi di Architettura A. Palladio di Vicenza. Ha ricevuto il premio John Stewardson e la borsa di studio Fulbright per studiare in Italia agli inizi della sua carriera.
Gindroz, co-fondatore e presidente della Urban Design Associates, è stato pioniere dello sviluppo dei processi partecipatori di pianificazione per i quartieri, i centri cittadini e i piani regionali. Sostenitore a livello internazionale ed esperto professionista della “architettura come costruzione della città”, Ray guida l’impegno dell’UDA nella rivitalizzazione delle città attraverso la trasformazione dei quartieri popolari e delle case popolari in quartieri misti, e attraverso una corretta gestione dei centri per facilitare lo sviluppo di utenze residenziali, commerciali e civili. Ray ha anche dato l’avvio al revival e all’applicazione dei “Pattern Books” nella costruzione dei quartieri.
E’ membro dell’American Institute of Architects ed ex presidente del Committee on Design. E’ stato presidente della Inner City Task Force del Congress for the New Urbanism (CNU) e attualmente è membro del consiglio direttivo. E’ anche presidente del consiglio del Seaside Institute, co-fondatore del Seaside Pienza Institute, membro del consiglio dell’Institute for Classical Architecture / Classical American, del consiglio della Charles Moore Foundation, del Center for Urban Redevelopment Excellence, e della Western European Foundation.
Recentemente gli è stato assegnato il premio Seaside per l’innovazione e la rivitalizzazione dei quartieri popolari e per la trasformazione delle case popolari in quartieri misti.
Per più di 20 anni ha insegnato design urbanistico alla Scuola Universitaria di Architettura di Yale. Oratore coinvolgente e famoso sia negli Stati Uniti che in Europa, ha anche avuto una intensa attività editoriale durante tutta la sua carriera, di recente come autore principale di The Urban Design Handbook e The Architectural Pattern Book (entrambi pubblicati da W. W. Norton & Company).
L’architetto Gindroz è di frequente in viaggio per disegnare e studiare gli spazi urbani. I suoi disegni sono stati esposti negli Stati Uniti, Francia, Italia e pubblicati annualmente insieme ai suoi scritti in una serie di libri intitolati “Pages from a Sketchbook”.




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