Anime della Maniera Nera
Anime della Maniera Nera
19 aprile - 18 maggio 2008
La maniera nera interpretata da Mario AVATI, Lorenzo BRUNO, Narumi HARASHINA, Maura ISRAEL, Susan JAMESON, Ivo MOSELE, Alberto ROCCO, Erling VALTYRSON, Jukka VÄNTTINEN.

L’esposizione riunisce 40 opere di nove artisti contemporanei che, ognuno con il proprio stile ed il proprio linguaggio, sono grandi interpreti di una tecnica così suggestiva come la maniera nera, antico procedimento calcografico risalente alla prima metà del XVII secolo. La mostra è già stata presentata al pubblico dal 31 ottobre al 30 novembre 2007 a Palazzo Trentini – Trento, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Provinciale di Trento e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Poesia e visioni: la fatica di realizzare l’immaginario
Non è difficile capire perché un fotografo, quale io sono, è sempre stato particolarmente affascinato dalla tecnica della maniera nera.
Tra le tecniche di incisione è quella infatti in cui i risultati, per la compattezza della materia, per i passaggi tonali sottili dal nero assoluto al bianco puro, persino per una certa granulosità, sono i più vicini a una resa della materia di un realismo apparente che soltanto la fotografia è riuscita a superare sul terreno della rappresentazione del mondo visibile.
Pure l’epoca dell’invenzione da parte di Ludwig von Siegen nel 1642 non mi pare avesse particolari ossessioni di realismo.
La verità è che in barba agli effetti, la maniera nera è forse la tecnica più visionaria tra le varie che sono state inventate per produrre matrici da stampare.
Visionaria e difficile. Ed è proprio di questo suo essere difficile che vorrei parlare un momento.
Chiunque vi parli di questa tecnica così suggestiva, artisti, stampatori, appassionati collezionisti, inevitabilmente si soffermerà con dovizia di dettagli sulla sua difficoltà esecutiva.
E difficile certo è la maniera nera, fino dalla preparazione della lastra, sia con la granitura al berceau, sia all’acquatinta, sia con le varie morsure in acidi fino a farle ottenere quella compattezza del nero da cui poi, con vari strumenti – e particolarmente affascinante è l’uso della pietra d’agata – si leviga con sapienza la lastra ricavando così la ricchissima gamma di grigi, fino al bianco, che daranno vita all’immagine finale.
Descrizione molto sommaria, come vedete, ma che mi serviva a sottolineare la caratteristica esecutiva principale della maniera nera, che inverte il processo non solo manuale, ma mentale dell’artista, che non più disegna sulla lastra le parti scure, ma partendo dal nero inventa, immagina, trova, le luci, la luce.
Un procedimento a levare che mi ha sempre fatto pensare allo scultore su marmo, che nel blocco di pietra immagina, sente una forma, un’immagine e a forza di martello e scalpello la cerca, tesoro nascosto, fino a rivelarla.
Ma quando io dico, come tutti, la difficoltà tecnico esecutiva della maniera nera, in realtà mi riferisco molto di più alla difficoltà artistica che questa implica. Così è da sempre, a me pare, in questa forma espressiva, come lo è in tutte le forme espressive che partono da una grande difficoltà artigianale, una difficoltà che implica lungo apprendimento e complesso raggiungimento di padronanza manuale e non solo.

Ora io credo che succeda in tutte le forme espressive che implicano grande difficoltà di apprendimento artigianale che la sapienza acquisita si trasformi spesso, troppo spesso, in virtuosismo.
Il fatto è però, che il virtuosismo è quasi sempre nemico dell’arte.
Può sembrare una bestemmia dire una cosa come questa in tempi in cui l’operare artistico non solo platealmente fa a meno della sapienza artigianale ma ostentatamente e provocatoriamente la disprezza.
E’ però vero altrettanto che gli artisti e gli appassionati di tecniche espressive come la maniera nera spesso si compiacciono ammirati della performance esecutiva del foglio perdendo qualche volta di vista che l’uva serve a fare il vino, come diceva Picasso, e le tecniche artistiche a produrre opere d’arte.
E’ questa la speciale difficoltà, molto di più di quella tecnica, della maniera nera: che lo stupore e il compiacimento per l’oggetto artigianale possa far perdere di vista lo scopo per cui viene utilizzata una certa tecnica espressiva, quella e non un’altra, per ottenere un preciso risultato che possa attingere a qualcosa di più complesso che un esercizio virtuosistico.
Una difficoltà culturale, psicologica, quindi, quella della maniera nera che si è fatta tanto più grande con l’invenzione della fotografia, dopo la quale gareggiare sul piano della restituzione visualmente pedissequa del reale è diventato un compito inutile più che obsoleto. E’ questa la ragione per la quale quando ci ritroviamo davanti a risultati artistici tanto persuasivi quanto sapienti, come accade tante volte in questa bella rassegna, siamo particolarmente grati agli artisti che hanno saputo mettere le antiche conoscenze, salvate e accresciute, per compiere un affascinante viaggio dalla nera notte alla luce rivelatrice messo al servizio di immagini ricche di suggestioni visionarie e di scoperte espressive che fanno dimenticare il come sono state realizzate per aderire con simpatia e godimento al perché lo sono state.
Ferdinando Scianna
