Karolina Larusdottir
KAROLINA LARUSDOTTIR – sinfonia islandese
2 dicembre 2006 – 7 gennaio 2007
La mostra dedicata alle incisioni di Karolina Larusdottir, presenta 33 opere realizzate negli ultimi anni dall’artista islandese. Si tratta della prima personale dedicata alla Larusdottir in Italia.

Nata a Reykjavik (Islanda) nel 1944, vive e lavora a Cambridge in Inghilterra da quando ha lasciato l’Islanda nella metà degli anni ’60. Ha studiato arte alla Ruskin School of Art di Oxford dal 1965 al 1967.
Il suo modo personalissimo di ritrarre il proprio paese di origine e l’Inghilterra le ha meritato un posto d’onore sia nella pittura, sia nell’incisione all’acquaforte ed acquatinta. Ha esposto le sue opere in numerose personali (in Gran Bretagna, Stati Uniti, Danimarca, Spagna, Islanda, Francia) ed ha partecipato a diverse prestigiose mostre collettive nel mondo. Nel 1990 ha ricevuto un premio speciale al Premio Internazionale Biella per l’Incisione. Nel 1993 è stata pubblicata in Islanda la sua biografia.
I soggetti che Karolina predilige richiamano la sua infanzia in Islanda, dove suo nonno era il proprietario del primo Grand Hotel della capitale. Molte immagini rievocano ricordi di questo ambiente operoso: inservienti nelle camere, cuochi e cameriere nelle cucine, gli ospiti, ed altre scene quotidiane osservate con occhi candidi. In alcune opere la pittrice crea un mondo tutto personale, popolato di personaggi immaginari calati in strane situazioni: alcuni sono come sospesi, recano arcobaleni, oppure parlano con gli angeli. La sua opera contiene un’ironia lieve che accentua gli echi surreali e senza tempo nella visione delle figure che si muovono sullo sfondo della operosità umana.

Karolina Larusdottir è un’artista che ha letteralmente catturato l’immaginazione del pubblico. Nata in Islanda, ma ormai da molti anni residente in Inghilterra, Karolina Larusdottir ha creato nelle sue opere un mondo unico che non appartiene ad alcuno dei due Paesi, ma che risente di entrambi; che è interamente suo personale e tuttavia stranamente accessibile agli altri; che è spesso bizzarro, ma che ha al centro del suo nucleo una verità universalmente riconoscibile. Profondamente radicato nella sua infanzia islandese e pervaso da un sorprendente umorismo ironico, esso non è il nostro mondo ma un mondo in cui è sempre una gioia entrare. Come per molti altri artisti, i suoi primi passi nella pittura sono stati convenzionali: scenari dai dintorni della sua casa, nature morte dipinte quasi per dovere che hanno poca somiglianza con i lavori prodotti dopo di allora – lavori che le hanno guadagnato ampio consenso da parte della critica. Nonostante abbia avuto una formazione completa negli studi sulla figura alla scuola d’arte, Karolina si è trattenuta dal dedicarsi a un paesaggio più umano, dubitando forse di farlo bene e aborrendo la brutta pittura dove i personaggi sono rappresentati o con troppo sentimentalismo o con troppa asprezza. Infine però, forse inevitabilmente, questi personaggi cominciarono ad apparire; ed una volta lì, l’artista che dichiarava di non saper pensare ad alcuna cosa da dipingere, si ritrovò con centinaia di idee; le scene ora immaginate con facilità, erano velocemente schizzate come fotogrammi di un film e poi trasformate in originali dipinti finiti, meravigliosamente composti, in cui una moltitudine di drammi umani sono recitati su un vasto scenario islandese oppure in un intimo interno domestico. Karolina Larusdottir è fortunata ad avere una ricca trama di ricordi d’infanzia a cui attingere. I suoi nonni lasciarono l’Islanda all’inizio del 1900 e viaggiarono in tutta Europa con il circo “Barnum and Bailey”. Quando sua madre fu adolescente, la famiglia lasciò New York e Chicago, in cui era vissuta durante il proibizionismo, e si stabilì nuovamente a Reykjavik, dove fece costruire a tempo di record il primo Grand Hotel del paese. I colori e i rumori provenienti da quell’edificio, il tramestio delle cameriere che rifacevano i letti, i cuochi nelle cucine furono tutti involontariamente assorbiti dalla giovane Karolina come una parte naturale della sua infanzia, ma si sono rivelate immagini indelebili che continuano a fornire una inesauribile fonte di ispirazione per la sua opera: sono impresse nella sua mente, ella dice, crepe di quell’hotel che deve ancora dipingere. Una tendenza al surreale che spesso si trova nei suoi lavori non ci deve portare a pensare che i suoi personaggi siano anche solo un po’ meno che reali: spesso si collocano in un paesaggio che non esiste; paiono ispirati da ambienti sociali che si allontanano dal reale; di certo questi vengono alla luce nella sua fertile immaginazione, ma il fascino universale delle sue opere testimonia la presenza di emozioni molto umane, emozioni per le quali tutti proviamo empatia. E’ vero che gli angeli raramente parlano agli uomini nella vita reale, ma questi suoi lavori non sono bizzarrie momentanee: nella loro eternità ed ironia, negli sguardi occasionali – qualitativamente ineccepibili - al paesaggio, sono un microcosmo espresso con notevole fluidità negli oli, negli acquerelli e nelle incisioni. Ammette senza problemi di essere una “outsider”, sia rispetto alla sua comunità di origine, sia rispetto ai canoni tradizionali del suo paese adottivo. E’ inevitabile quindi un tono, una nota di sfida nei suoi lavori, che denota un forte senso di appartenenza alla comunità femminile e un rifiuto di inventare una ovvia narrazione di facili storielle. Accade sempre un fatto, un avvenimento nei suoi dipinti, ma Karolina non è un’illustratrice. Trae piacere dal suo lavoro lasciandoci sempre qualcosa da aggiungere e questo qualcosa varierà, ovviamente, da spettatore a spettatore: la conversazione tra due donne che preparano il tavolo sarà vista con occhi diversi da ciascuno di noi; da inaspettate giustapposizioni, in cui le persone galleggiano nell’aria e reggono arcobaleni, sgorgheranno molte nuove possibili interpretazioni. I quadri di Karolina Larusdottir ci raccontano una storia, ma non per intero, e molte altre devono ancora arrivare. (Nicola Upson – 2004)