le città ir-reali
Mario Avati, Renzo Biasion, Egidio Bonfante, Andrea Boyer, Ezio Ferrari, Franco Fontana, Ray Gindroz, Enrico Lombardi, Bruno Parretti, Toni Pecoraro, Marco Petrus, Andrzej Pietsch, Mariarosaria Stigliano
11 maggio – 29 giugno 2013
La mostra ha come soggetto la città vista come agglomerato architettonico e come ambiente di vita. Il titolo “le città ir-reali” nasce dall’idea che oggi molti vivano nell’incapacità di vedere oltre una superficiale occhiata: si guarda ma non si vede. Così la rappresentazione di un particolare architettonico appare irreale solo perché, essendo collocato qualche metro sopra le nostre teste, non alziamo mai gli occhi per vederlo. La raffigurazione, in un’opera d’arte, di una città di pura astrazione (irreale) ci appare invece, senza dubbi, quale rappresentazione di una città reale. Anche dal punto di vista antropologico, frequentiamo spazi quali stazioni e centri commerciali in cui moltissime persone si incrociano senza il desiderio di entrare in relazione con gli altri, di instaurare una conoscenza individuale, spontanea ed umana con chi è loro vicino, vogliosi solo di accelerare il transito di questi non-luoghi. Così viviamo convinti di essere inseriti in una comunità reale, quando invece siamo soli sebbene circondati da molte persone, spesso altrettanto sole.

La mostra inizia idealmente con la riproduzione della mappa incisa da Giovanni Tommaso Bogonio nel 1668 per rappresentare Bugella Civitas, una città che ormai ha pochi elementi in comune con la Biella di oggi, e si sviluppa attraverso le opere di artisti che hanno raffigurato la città vissuta, come la Parigi di Mario Avati o gli elementi architettonici caratterizzanti di Biella (portici, cortili e balconi) dell’architetto Ray Gindroz, fino ad arrivare alla pittura di ricerca di Marco Petrus che analizza con puntigliosa descrizione ambienti urbani apparentemente ben riconoscibili, salvo un continuo rimescolamento delle immagini.

La coloristica visione urbana dì Franco Fontana e le desolate periferie incise da Renzo Biasion; le città irreali di Toni Pecoraro, in cui i monumenti lievitano fino a sovrastare l’intero tessuto urbano, affiancate alla Venezia onirica di Egidio Bonfante. I lavori di Enrico Lombardi che raffigurano una città che è pura astrazione: assemblata mediante l’utilizzo di pochi archetipi costruttivi, disabitata, luogo di pura spiritualità costituito da edifici non idonei ad ospitare vita anche per l’assenza di porte e finestre, ci proietta in una dimensione meditativa (“sulla pittura stessa” ipotizza l’autore) idonea agli “esercizi spirituali”. Si passa poi alle opere degli artisti che hanno inteso la città come agglomerato umano, le tele di Ezio Ferrari dove lo spazio urbano svanisce per lasciare posto, sulla superficie bianca della tela, a figure umane monocrome rappresentazione di non-luoghi dove molte persone si incrociano senza il desiderio di comunicare con gli altri. I viaggiatori di Andrzej Pietsch, che vedono la città dal finestrino di un treno, e gli uomini d’affari di Andrea Boyer, seduti ai tavoli di un ristorante e visti da chi transita sulla strada, attraverso la vetrina, come pesci in un acquario.

Per terminare con le opere di Bruno Parretti e Mariarosaria Stigliano sospese in un mondo di confine, un filo teso in equilibrio tra la veglia ed il sogno, tra il reale e l’irreale, dove smarrire le proprie certezze è l’unico strumento per essere liberi.

Orari: da mercoledì a sabato, ore 15.30 / 19.00
La mostra è inserita tra gli eventi di

BIC – Biella In Contemporanea
fino al 30 giugno 2013
La Galleria Sant’Angelo partecipa alla mostra “Dialoghi”, presso il Museo del Territorio Biellese, con due opere:
“Esercizi spirituali 10″ di Enrico Lombardi – acrilico su tela del 2013, cm 100 x 80 – a dialogare con la tavola “Matrimonio mistico di Santa Caterina …” di Pittore piemontese della prima metà del 1500.


Enrico Lombardi così presenta la sua opera:
“Contemporanei alla vertiginosa apertura delle “Basse maree” e dei nuovi “Arcipelaghi”, gli “Esercizi spirituali” , che riprendono il percorso mai definitivamente interrotto delle opere della serie “Cnosso”, sono , come dice il nome stesso, lavori di totale ripiegamento interiore, di assoluta e ascetica pulizia formale e di consapevole rinuncia ad ogni fascinazione narrativa e figurativa. I pretesti figurativi, oramai ridotti ad alcuni poverissimi archetipi, tipici della mia pittura – la casa, l’albero, l’ombra-, testimoniano di un confine estremo e fragile in cui figura e astrazione si mescolano a produrre un’armonia ambigua e sfuggente. Sull’orizzonte del percorso analogo di Giorgio Morandi e delle suggestioni cromatiche del Beato Angelico del Convento di San Marco a Firenze, questi esercizi spirituali sono delle piccole meditazioni sulla pittura stessa, sul suo farsi, sul suo senso – anche in un’epoca scellerata che lo ha voluto perdere ostinatamente -, e non raccontano altro che un’attitudine profondamente etica alla rinuncia di ogni pretesto spettacolare per una forma povera, semplice, trovata per sottrazioni, ma non per questo meno ragionata, strutturata con grande complessità e profondo rispetto per i fatti compositivi. Sul tessuto di un pretesto sempre uguale, questi esercizi spirituali, costruiti con cura estrema per le variazioni minime e le corrispondenze astratte della composizione, tendono a declinare il rapporto luce-ombra in infinite gamme e declinazioni. Eleganza, vibrazione segreta della luce e del colore, asciuttezza, ascesi, silenzio profondo, voce nascosta della filosofia della pittura, respirazione, meditazione, forma francescana, delicata sinfonia di rapporti, tutto questo sono gli “esercizi spirituali” e molto altro, che non si può dire altro che con la pittura.”
“L’enigma di Arianna” di Mariarosaria Stigliano e Bruno Parretti – tecnica mista del 2013, cm 60 x 80 – a dialogare con “Piazza d’Italia” di Giorgio De Chirico.


Mariarosaria Stigliano e Bruno Parretti così presentano la loro opera:
“L’atmosfera dell’universo dechirichiano è sospesa su una linea di confine, la stessa che separa il dato certo e l’imprevisto, il limite in cui la realtà e l’onirico convivono in un quotidiano metafisico immobilizzato nella memoria di un ricordo vissuto o sognato, indefinito e contemporaneamente infinito. E’ proprio in questo mondo di confine, sospesi su questo filo teso in equilibrio tra la veglia ed il sogno, tra il reale e l’irreale, che abbiamo seguito le tracce di De Chirico … qui ci siamo sentiti vicini al suo modo di sentire perché è anche nella nostra ricerca artistica, nel nostro procedere lungo il confine “altamente instabile” con l’onirico dove smarrire le proprie certezze è l’unico strumento per essere liberi. Nasce così “L’enigma di Arianna”, il mito più volte protagonista delle opere di De Chirico, mito che entra nuovamente in città, ma qui in questa piazza deserta la figura femminile non è più ricordo, non è più statua, ma è essa stessa nel suo mistero “musa inquietante” di un sogno perduto, mito di liberazione e di monito nella città dormiente.”




