Kurt Mair

Kurt Mair - l’opera incisa
27 febbraio - 3 aprile 2010

Kurt Mair è un pittore e incisore tedesco che ha eletto il Piemonte a sua patria d’adozione. La mostra che la Galleria Sant’Angelo gli dedica è composta da 34 incisioni realizzate con tecniche che spaziano, con un sapiente uso del colore, dall’acquaforte alla puntasecca, dalla cera molle all’acquatinta. Tutte le opere sono state realizzate negli ultimi anni ed hanno come soggetto la figura umana, rappresentata in composizioni di gusto quasi rinascimentale, e la natura morta che a volte si fonde con delicati paesaggi di sapore nordico.

Kurt Mair
Un pittore che ama la luce
La cultura cosmopolita di Kurt Mair è un soccorso che confessa il desiderio di confronto fra linguaggio e realtà, per una visione ed un’immagine unitarie del mondo. Il mito ed il dramma sono le maschere mediatiche che l’artista adotta per superare il bisogno di stabilità, l’ansia dello smarrimento, la vessazione della banalità del quotidiano in una situazione di crisi della storia che frammenta la circolarità stabile del tempo in una miriade di squilibri perturbanti.
Nelle sue opere le figure, costruite secondo una sapiente, inusata convenzione figurativa, sono protagoniste centrali di tensioni e torsioni che, frantumando il senso unitario della pittura classica e tradizionale, stimolano la certezza del mito attraverso il confronto con la dialettica, della nostalgia delle radici e delle incertezze ideologiche. Segno e impressione, gestualità e meditazione, pittoricità e chiaroscuro, disegno e colore si intrecciano con ardita libertà e disinibizione, e si dispongono secondo un fantasioso, eppur paradossalmente regolato, disordine, di arte colta e popolare, in un sottile erotismo che poggia sullo spostamento continuo di riferimenti.
Sulla superficie della sua pittura Kurt fa convergere figurazione e decorazione, giocando fra ardite opulenze baroccheggianti e misurata classicità rinascimentale, preziose decorazioni secessioniste e misticismo orientale, intimistiche fabulazioni fiamminghe ed eroiche icone pompeiane.
Kurt Mair è un pittore che ama la luce – del sole e della lucerna – e che si esprime attraverso il colore anche nel foglio inciso. Rossi e gialli soprattutto, che fonda sui bistri, che illumina con i riflessi del bianco della carta, e che disegna con blu e carbone. Come con le tinte ad olio, quando scava nella pasta per determinare i lumi, ed offusca le ombre con la polvere del fusain. Le sue acqueforti, realizzate con inconfondibile maestria e padronanza di mestiere, possono essere una bella novità anche per chi l’incisione la pratica d’abitudine, per la grande libertà di interpretazione dei segni che con questa tecnica si possono ottenere. Mair innanzitutto non fa di questo nobile ed antico mestiere un’icona, un dogma cui servire e da seguire (col paraocchi come un tempo gli asini) ciecamente, pessimo vizio che ha contagiato gran parte degli incisori italiani che seguono quei cattivi maestri che continuano fuori del tempo e della logica a ripetere che l’incisione deve essere “piccola e rigorosamente in bianco e nero”, e trascorrono il loro tempo, sprecandolo, a becchettare con piccoli segni le loro lastre per produrre stampacce scipite senza esito artistico alcuno.

L’incisione (così come la pittura, la scultura, il racconto, la poesia, la musica e lo strumento per suonarla, qualsiasi mezzo attraverso cui l’uomo comunica il suo pensiero cioè) non è altro che un linguaggio. Uno dei tanti. Certo è importante, Kurt lo sa, lavorare la lastra con i segni più adatti e coerenti, eseguire le morsure per i tempi dovuti senza bruciarla malamente, ma se non si ha un’idea, un “significato” da esprimere, dalla matrice passata sotto il torchio resterà impressa soltanto una scialba fotografia.
La sua incisione nasce dalla linea. Con buona mano (è un disegnatore d’istinto, costruisce la figura partendo da un punto qualsiasi e procede per volumi, implementando la linea con ombreggiature a tratteggi obliqui) dispone sulla lastra preparata a vernice (approfitta dell’impalpabile sfrigolio, che la punta d’acciaio non troppo aguzza fa avanzando nel sottilissimo strato isolante, per rendere il proprio segno vellutato e morbido, quale quello reso dall’effetto della carta cui resta attaccato l’impasto di sego, che svela il lucore del metallo quando la si solleva nella tecnica della cera molle) i suoi soggetti per una prima morsura che serve da menabò sia per gli interventi colorati, in genere altre due lastre lavorate all’acquatinta, sia per una successiva definizione dei particolari e magari dello sfumato nelle parti in ombra. Con processo inverso, per la stampa, parte dalla tinta più chiara, in genere il giallo, proseguendo a registro, facendo compenetrare i segni e creando una moltitudine di toni, fino a che nell’ultimo passaggio la matrice, con su inciso ora in modo perfetto il disegno, non definisca il tutto.
Nascono così le sue nature morte, vasi, tazze, frutti e fiori, e le sue figure, immagini muliebri in genere, che dispone ora da sole ora in dialogo ed infine in convegni amorosi e carnali, con espliciti riferimenti ai grandi maestri da cui attinge forza ed enigmi: dal Giovane Holbein a Caravaggio, e Goya e l’adorato Rubens, navigando tra le piacevolezze della carne, senza tuttavia tralasciare momentanei effetti di angoscia e scoramento nelle citazioni, di stile e soggetto, delle linee incerte e flessuose, titubanti ed ossute, di Schiele, in una visione che parallelamente rivela un’analoga sinuosa circolarità di pensiero nell’eterno ritorno dell’estasi e del dramma, dell’angoscia e della passione, della vita e della morte.
Gianfranco Schialvino 
(Kurt Mair – Opera Incisa – Volume II – Studio Petrecca editore)

Kurt Mair è nato a Mengen (Baden-Württemberg, Germania) nel 1954. Vive e lavora in Piemonte, ad Avigliana. Ha studiato educazione artistica presso la Scuola Superiore di Pedagogia di Lörrach in Germania e storia dell’arte, archeologia e giapanologia presso l’Università Albert Ludwig di Freiburg in Germania. Ha conseguito il diploma in Incisione e Litografia presso la “Ecole des Arts Décoratives” di Strasburgo in Francia.
Dal 1990 ad oggi ha esposto i suoi lavori in Italia e in molti altri paesi (Francia, Germania, Costa Rica, Lussemburgo, Indonesia, Belgio, Danimarca, Svezia, Svizzera).

 Orario: dal mercoledì al sabato 15.30 / 19.00

> Immagini della mostra



Renzo Biasion

Renzo Biasion - L’intimità del silenzio
16 gennaio - 20 febbraio 2010

Renzo Biasion è soprattutto conosciuto come scrittore: fra le sue opere di narrativa si ricordano in particolare Tempi bruciati (1948) e Sagapò (1954), a cui si è ispirato il regista Gabriele Salvatores per il suo film Mediterraneo, vincitore di un premio Oscar nel 1992. Ma Biasion è stato anche un artista completo, pittore e incisore, e l’incisione pare essere il terreno privilegiato per potersi avvicinare alla sua opera. Le acqueforti esposte sono state realizzate a partire dagli anni ’60 ed in esse sono ben visibili i tratti dominanti della sua arte: un linguaggio sobrio con cui egli rappresenta interni e paesaggi, legati alla sua storia personale, immersi in un silenzio caratterizzato dall’assenza della figura umana. E anche nei fogli dedicati a ritratti o figure, la presenza umana è avvolta nella quiete, quasi a non voler disturbare il lavoro dell’artista.

Lo stesso artista descrisse il suo lavoro con queste parole:

Nota per le mie incisioni
Come molti pittori ho incominciato tardi a incidere. E la prima spinta è stata pratica, volevo riprodurre per gli amici alcune vedute dei campi di concentramento tedeschi, che avevo disegnato dal vero durante la prigionia. La passione è venuta dopo. Nel campo di Biala Podlaska, novanta chilometri a nord di Varsavia, avevo a disposizione minuscoli fogli di carta, alcuni pennini da disegno e una boccetta di inchiostro di china. Quei pennini e quell’inchiostro li avevo acquistati ad Atene ed erano stati fatti prigionieri, col loro proprietario, a Creta. Mi aiutavano a vivere perché ai tedeschi davo disegni in cambio di pane. Ricordo che quando lavoravo all’aperto l’inchiostro gelava nella boccetta. Ma, finita la guerra, nella dolcezza ritrovata della casa, mi fu impossibile rifare quei disegni, appartenevano troppo al passato. Così, avendo preso le lastre, la bacinella, l’acido, e avendo rispolverato le nozioni imparate a scuola, cominciai dapprima a rifare qualche quadro, e poi a uscire all’aperto, anziché col foglio bianco, la penna o la matita, con le punte d’acciaio e la lastra affumicata. L’incisione è disegno; che si fa con strumenti diversi dalla matita, però, e che in forza di svariati accorgimenti di mestiere permette di ottenere una vasta gamma di risultati. Ma la sostanza non muta e sta a provarlo il fatto che un buon disegnatore può diventar presto anche un buon incisore mentre un cattivo disegnatore non riuscirà mai, anche usando con gusto e abilità le risorse offerte dall’acido e dall’inchiostro (molte delle quali i veri incisori chiamano “trucco”) a mascherare del tutto questa sua insufficienza. E poiché il disegno è l’espressione prima dell’artista, la più spontanea e diretta, volendo considerare l’incisione soltanto un disegno, ho cercato di fare con la punta d’acciaio quel che facevo con la matita, trasferire cioè sulla lastra anziché sul foglio una emozione provata, un appunto, una idea, o una composizione che mi interessava e che ritenevo adatta alla punta e al nero più che al pennello e al colore. E’ chiaro che l’usare mezzi diversi non poteva cambiare nella sostanza un mondo già formato, per cui i soggetti delle mie incisioni sono spesso i medesimi dei quadri: paesaggi, case, interni, ritratti. Ma la punta, obbligandomi a “guardare” in modo diverso, mi ha condotto a una indagine sul vero tutta particolare, e a particolari predilezioni. Mi spiego con un esempio: come lo scrittore può affrontare temi quasi vietati alla pittura, diciamo la descrizione di uno stato d’animo, così l’incisione può arrivare con la sottile punta là dove il pennello perderebbe di mordente, diciamo la descrizione di un insetto, di una conchiglia, di un tronco d’albero, di un mazzo d’erbe, dei fiori quando sono diventati secchi, e così via. Credo che ciò porti tutti gli incisori a particolari predilezioni, e nel mio caso sono certe facciate di case popolari, le periferie delle città industriali, col loro intrico di fili, di viali e di rotaie, l’interno dello studio, vale a dire un mondo creato da me, i fiori secchi e le conchiglie, che mi ricordano il mare, percorso da generazioni di miei antenati, e perciò forse rimasto nel mio sangue come una nostalgia di spazio, di forza e di purezza. Ecco che l’incisione, indicandomi nuove strade, ha reso più ampio il campo dei miei interessi. Il che significa un allargamento dell’apprendere, e del vivere. Questo può risultare importante per uno che considera la pittura un modo di comunicare e compito del pittore il prendere e capire per poter poi dare, Dio aiutando, con bellezza e verità.
Renzo Biasion

Renzo Biasion è nato a Treviso nel 1914 da famiglia veneziana. Conseguito il diploma al Liceo Artistico di Venezia, inizia l’insegnamento del disegno nelle Scuole Industriali di Feltre. Appartengono a questi anni (1938/40) i primi “interni”, le prime “periferie” e alcuni “ritratti” a olio e acquerello. Nel 1946 espone alla Piccola Galleria di Venezia una serie di “interni” che attirano l’attenzione di Sergio Solmi, direttore della rivista milanese Le Arti. E’ un periodo di intenso lavoro letterario e giornalistico.
Nel ’48 pubblica “Tempi bruciati”, quindi lascia l’insegnamento e si trasferisce a Torino dove è inviato speciale del quotidiano La Gazzetta del Popolo; scrive i racconti di “Sagapò” che saranno raccolti in volume nel 1954, con una presentazione di Elio Vittorini (Einaudi Ed., Torino). In seguito al successo di “Sagapò” (a cui si è ispirato il regista Gabriele Salvatores per il suo film Mediterraneo, vincitore di un premio Oscar) gli viene offerta la rubrica d’arte sul settimanale Oggi di Milano, della quale è stato titolare per trentaquattro anni.
Trasferitosi a Bologna lascia la letteratura per dedicarsi alla pittura, all’incisione e alla critica d’arte. Ritorna quindi all’insegnamento ottenendo, per concorso, la cattedra di “Figura disegnata” al Liceo Artistico di Firenze.
Biasion ha esposto alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma, alle Biennali dell’incisione di Venezia, alle Biennali di Milano e alle Quadriennali di Torino; oltre che nelle maggiori mostre di pittura in Italia e all’estero. E’ stato accademico delle Arti del disegno, ha conseguito numerosi premi ed onorificenze, fra le quali la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica come benemerito delle Arti, della Cultura e della Scuola.
Renzo Biasion è morto a Firenze nel 1997.